Breve storia dell’america latina




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CAPITOLO III - La Colonia



L’amministrazione della colonia dipendeva dal potere centrale in Spagna e Portogallo. I re erano i legittimi proprietari delle terre conquistate concesse in appalto ai conquistatori o ai nobili, che gli pagavano le decime della produzione. In entrambi i casi la direzione della Colonia è condotta prima dalla Casa de Contratación di Siviglia (1503), poi dal Consiglio delle Indie nel 1511 per la Spagna, e dallo stesso Consiglio nel 1580 per il Portogallo, istituto che amministra, fiscalizza, propone candidati per il governo della colonia e vescovi per le diocesi nascenti e funziona come Alta Corte di Giustizia.


La Spagna, ormai parte integrante del Grande impero di Carlo di Gant, di successore per diritto dinastico di Isabella e Ferdinando con il titolo di Carlo I, divenuto imperatore con il nome di Carlo V, alla morte del nonno Massimiliano d’Austria della casa di Asburgo, è all’apice della sua potenza e inizia un’amministrazione coloniale che le permette un investimento in beni culturali, ma non in una crescita economica che sarà gestita altrove, dai banchieri europei, dal commercio inglese, olandese che investono nel mercato delle nuove spezie e nello sviluppo di nuove industrie. L’organizzazione diventerà sempre più forte sotto Filippo II, classica espressione dell’assolutismo regio. Diversa la situazione del Portogallo proclamato Regno indipendente già nel 1143 e spinto dalla sua posizione geografica a familiarizzare con l’Oceano Atlantico, aprendo vive di commercio verso il Nord e il Sud. La sua scelta marinaia e commerciale sulla costa e il suo stile agricolo atavico all’interno, non lo rendeva molto adatto a governare le colonie così vaste e sparse in tutto il mondo. Il risultato però sarà lo stesso: altri trarranno profitto delle ricchezze scoperte.


L’amministrazione spagnola è più funzionale. La colonia è divisa, già attorno al 1540 e maggiormente organizzata nel 1600, in due Vicereami: Nuova Spagna, con capitale Mexico, e Perù con capitale Lima. Nel 1717 e nel 1776 nascono due nuovi Vicereami: Nuova Granada con capitale in Santa Fé de Bogotà e La Plata con capitale Buenos Aires. I vicereami sono divisi in Province Maggiori e Minori dove funziona l’audiencia, il tribunale locale di giustizia di seconda istanza, formato da un presidente (capitán mor) e da giudici (oidores). Le città, ayuntamento, sono rette da un capitolo (cabildo) di rettori che esercitano la giustizia in primo grado e che eleggono l’alcalde ordinario (sindaco). Più avanti alcaldes mayores sono nominati direttamente dal re. Una intera regione è governata dall’adelantado, un governatore con pieni poteri. Alcune province strategiche sono organizzate come Capitanie (Guatemala, Cile, Cuba) subordinate solo al Vice re. L’amministrazione spagnola ripete, in un certo senso, in America la struttura romane delle Province imperiali e senatoriali e, nello stesso tempo, cerca di inserirsi, senza sconvolgerle, nelle strutture di potere indigeno degli imperi-confederazioni azteche e inca vicine come metodo della distribuzione politica e sociale feudale europea.

L’amministrazione locale approfitta la struttura degli imperi precedenti, decentralizzando maggiormente i poteri alle comunità con i loro capi, il pagamento delle decime, la divisione delle terre e introducendo la forma della encomienda: distribuzione di terre e comunità indigene a un caballero, che riceve il tributo degli indios, in prodotti e lavoro e deve istruirli nella fede (la doctrina) e nell’osservanza delle leggi. Ricupera attraverso la mita il lavoro obbligatorio, applicato soprattutto nell’estrazione di oro e argento, già in uso negli ayllus. Si organizza la società trasformando la struttura esistente nel puro stile feudale in una formula più articolata: la terra è del re, presente con i suoi rappresentanti i Viceré, che demandano l’obbligo della produttività e dell’ordine agli encomenderos e questi esigono il lavoro e la produzione alle comunità dirette da un capo locale, il kuraka.

Nel 1718 Filippo V di Borbone che succede agli Asburgo, introduce una nuova riforma amministrativa: la Nuova Spagna è suddivisa in 11 intendenze i cui responsabili erano nominati direttamente dal Re e i sub-delegati sostituivano i corregedores e gli alcandes, con maggiori poteri di decisione concessi alle autorità regionali, nella maggior parte assunti da cittadini spagnoli. La riforma dava maggiori guadagni al Re e alla Madre patria a costo pèrò di maggiori spese che, aggiunte al fatto del legame da parte delle autorità con gli interessi dei gruppi di potere locale, ne minavano i risultati.


Il re, tramite il Consiglio delle Indie, secondo la norma del patronato, si preoccupa pure della organizzazione religiosa. Reagisce all’iniziativa di papa Giulio II, che, nel 1504 aveva creato le diocesi di Bayuense, Maguense e Ayguense, e instaura e nomina i vescovi delle Diocesi di Santo Domingo e Bayuna, Concepción de la Vega e Puerto Rico. Di seguito dal 513 al 1549 sono istituite le diocesi di Santa Maria Antigua di Darién (Panama), di Santiago in Cuba, Carolense (Puebla) in Messico, di Mexico Ciudad, di Tierra Florida, Coro (Caracas) Cartagena (Guatemala) Nicaragua e Honduras, Cuzco, Lima, Quito, Asunción di Paraguay, Guadalajara in Messico. L’evangelizzazione è consegnata alla responsabilità soprattutto dei Domenicani, Francescani, Gesuiti e Carmelitani. L’organizzazione della cultura secondo lo stile dell’umanesimo spagnolo è basata sulla fondazione delle università a Santo Domingo nel 1533 ( Bulla “In apostolatu culmine” di Paolo III), Lima, Mexico, Bogotà, Cuzco e Caracas. Già nel 1548 si celebra il Primo sinodo diocesano a Puerto Rico, e a Buenos Aires nel 1594. Ben più importanti sono Sinodi provinciali per applicare in America le decisioni del Concilio di Trento. Nel 1551-52 il vescovo Jeronimo Loaysa realizza a Lima il primo Concilio provinciale, primo di una lunga serie di Sinodi a Lima (1557- 1558 -1591-1601) e poi a Mexico (1555, 1565, 1585) a Santo Domingo (1622) a Santa Fé di Bogota (1625) a La Plata (1629) e di seguito per tutto il 1700. I primi religiosi a giungere nelle colonie spagnole sono i francescani e i domenicani, più tardi giungono i gesuiti . L’azione pastorale di vari vescovi come Vasco de Queiroga a Michoacán, che, entusiasta della teoria di Tomas Moro, inizia un gli indios a diversificare il lavoro in modo collettivo preparando quello che sarà lo stile delle reduciones, Juan del Vale a Popayan e a Lima l’arcivescovo Turibio de Mongrovejo, si dedicarono al popolo in una vera opera di evangelizzazione con visite pastorali, radunando Concili locali e la difesa degli indigeni, anche se tra francescani e domenicani e gesuiti era pesante il dibattito sull’ammissione degli indigeni al sacerdozio. Le figure di santi come: Rosa da Lima e Martino de Porres, indicano un buon livello di vita cristiana. Il clero, però, nominato dal Re e pagato tramite la decima, doveva aiutare a far sì che gli indigeni diventassero buoni cristiani e buoni sudditi e aiutava a mantenere il controllo della Colonia, attraverso l’azione educativa e i tribunali di Inquisizione, che però erano meno severi di quelli in patria e stabiliti a Mexico, Cartagena e Lima. Nonostante questa sudditanza, reazioni soprattutto dei domenicani, giunti nel 1510 a Hispaniola e diretti da Pedro de Córdoba, assumono con vigore la critica evangelica di fronte alle palesi ingiustizie. Tra loro eccelle l’opera di Antonio de Montesinos e di Bartolomé de Las Casas, che riuscirono a correggere il potere duro degli encomenderos ottenendo dal re le Leggi di Burgos che proibivano la riduzione in schiavitù degli indigeni nel 1512 –13 e finalmente l’abolizione dell’encomienda nel 1542, leggi purtroppo mai rispettate dai coloni. Sotto l’assolutismo di Filippo II (1556-1598) viene rafforzato, in Spagna, il tribunale dell’Inquisizione a servizio del regno, che già operava, indipendente da Roma, al tempo della regina Isabella con il famoso Inquisitore generale Torquemada. In America vengono proibiti i libri che documentano la bontà e i buoni costumi degli indios e che criticano il modo come fu condotta la conquista. Giunge il tribunale dell’Inquisizione a Lima nel 1569 e a Mexico nel 1610 e a Cartagena diretta duramente da Juan de Mañozca.


L’economia si basava sulla estrazione dell’oro (che finisce però in soli dieci anni 1530-1540) seguito dell’argento (1540-1575) soprattutto a Potosi, che diventa, così, la città mineraria più importante del mondo con 120.000 abitanti alla fine del ‘500 e, nello stesso tempo, la “tomba” degli indios che vi lavoravano; erano 15.000 addetti alle miniere, sostituiti subito da nuovi lavoratori ogni volta che qualcuno (erano molti, purtroppo) moriva. Continuano le coltivazioni indigene di mais e patate, insufficienti però al fabbisogno di alimenti. La colonia è obbligata a importare frumento e buoi dalla Spagna. Si sviluppa a partire dalla fine del 1500 la coltivazione della canna da zucchero importata dall’Africa e poi del caffè, importato dall’Arabia, soprattutto nei paesi dell’America Centrale. Si scambiano i prodotti: dall’America giungono in Europa le patate,i pomodori, i fagioli, il mais, il cacao, la zucca e il tabacco, prima sconosciuti e l’Europa porta in America: il frumento, l’orzo e tra gli animali: gli ovini, i suini e i bovini e soprattutto il cavallo.

L’amministrazione portoghese era più fragile e meno articolata, anch’essa a regime feudale (un certo progresso si è avuto durante il periodo della unificazione delle corone spagnola e portoghese per questioni dinastiche dal 1580 al 1640).

Dal 1532 al 1549 le terre sono consegnate dal Re a donatari o Capitani (praticamente feudatari). Le 12 capitanie (Maranhão, Cearà, Rio Grande, Itamaracà, Pernambuco, Bahia, São Tomé, São Vicente, Santo Amaro, Santana, Santa Catarina e Espirito Santo) di enormi dimensioni: 550 leghe di costa senza sapere con esattezza fin dove giungevano all’interno i loro confini. Erano praticamente ingovernabili e non davano risultati economici per la corona. Di fronte alla disfatta delle capitanie, nel 1549 il governo della colonia è unificato sotto un Capitano Generale, Tomé de Sousa, con la sede a Salvador da Bahia, che porta con sé 1.500 persone tra cui 400 criminali liberati dal carcere. Con lui giungono anche i padri gesuiti guidati da padre Nobrega. I governi e le regioni si sdoppiano nel 1574 con i centri del governo a Salvador e Rio de Janeiro. Solo nel 1580 nasce in Portogallo, sullo stile dell’Istituto spagnolo, il Consiglio delle Indie con sede a Lisbona. Poco a poco dopo le vittorie contro gli Olandesi di Pernambuco e le tensioni dei coloni nella altre capitanie, vengono tutte incamerate nell’unico governo centrale. Solo Il Gran Parà (Nord) viene governato direttamente dalla corona.

Nasce una società patriarcale, il potere nelle mani dei signori della terra, senza un visione aperta al futuro, proibita dalla corona di investire in un commercio locale e nelle arti, preoccupati del proprio arricchimento tentando sempre sfuggire al controllo della corona, meticcia ma segnata maggiormente da un sottile razzismo nei confronti degli indios e dei neri, che si riverbera anche nella discussione tra i gesuiti, che pure si prodigarono strenuamente nella difesa degli indios contro i coloni sull’opportunità o meno di accettare nella Compagnia giovani indigeni e africani.

  • Solo nel 1551 il Re crea, per il diritto di patronato, la prima diocesi di Salvador da Bahia che rimarrà unica fino al 1614. Il primo vescovo Dom Pedro Fernandes Sardinha, che preso possesso della diocesi, dovrà tornare a Lisbona per difendersi dalle accuse presentate dal Governatore Duarte da Costa. In Portogallo nascerà la paura e il panico: chi riceveva la nomina di vescovo per il Brasile, procrastinava la partenza e lasciava, spesso, per molto tempo la diocesi vacante. Nessuna Università venne aperta dal Re del Portogallo. L’evangelizzazione era affidata soprattutto agli Ordini religiosi: Gesuiti, Francescani Minori e Cappuccini, Benedettini e Carmelitani che oltre a predicare al popolo e tentare un approccio con gli indigeni iniziarono i primi tentativi di Collegi scolastici sia per la formazione generale per la cura delle vocazioni locali. Una chiesa di religiosi dunque, senza i Sinodi e i Consigli dell’area spagnola. Solo nel 1700 il vescovo Sebastião Monteiro da Vide, vescovo della Bahia per ben 20 anni, pubblicherà le Costituzioni dell’Arcivescovado (1707) per una Chiesa brasiliana non dipendente dal Portogallo. Solo nel 1748 viene fondato nella Bahia il primo seminario arcidiocesano su proposta del gesuita itaoliano Gabriele Malagrida. La nascita (1622) su suggerimento dei gesuiti di Propaganda Fide per un’azione missionaria della Chiesa non legata ai conquistatori e esente, in parte, dal Patronato, permette un’azione più significativa ai francescani cappuccini sia italiani che francesi agli indigeni lungo il fiume San Francisco e in altre regioni.


L’economia si basava, all’inizio sulla esplorazione delle spezie e del legno, il pau brasil, di cui la corona aveva il monopolio, oggi praticamente irreperibile; più tardi sulla canna da zucchero, il cotone e il caffè, prodotti richiesti sul nuovo mercato europeo. La corona, durante le Capitanie, si riservava la decima delle rendite e il quinto dei metalli e pietre preziose. Per l’immensità del suolo e per non aver trovato metalli preziosi l’economia si basa su grandi appezzamenti di terra offerte in uso dal re (sesmarias) collocando così le basi del latifondo, e sul lavoro schiavo. Solo alla fine del 1600 e durante il 1700 si trovano miniere d’oro e diamanti in Brasile, soprattutto in Minas Gerais. A partire dal 1530 nascono gli engenhos, per la lavorazione della canna da zucchero, produzione che subirà una profonda crisi a partire dal 1600 per la forte concorrenza delle Antille e, nel 1800, per l’estrazione dello zucchero dalla barbabietola in Europa. L’economia della colonia portoghese ha stentato a decollare dovuto alla mancanza di mano d’opera, essendo gli indios cacciatori, coltivatori per il cibo essenziale e semi nomadi non disposti, quindi, al duro regime di lavoro e non organizzati in strutture socio politiche simili a quelle delle aree spagnole. Quasi subito, dunque, gli indios saranno sostituiti dagli schiavi africani. Pur non potendo accettare la classificazione in cicli produttivi veicolati da molti storici, si deve però tener come valida una eccessiva attenzione alla monocultura che segue la richiesta del mercato europeo.


I risultati della conquista e della colonia


  • Il genocidio indigeno a causa delle guerre, delle epidemie (gli indigeni non avevano gli anticorpi contro le malattie dei bianchi, un semplice raffreddore poteva decimarli) per il duro lavoro nelle miniere e nelle piantagioni, per la schiavitù, proibita dalle leggi mai rispettate di Burgos nel 1512, le ‘Leis Novas’ del 1542, di Lisboa dal 1570-1758. Nel 1800, solo trecento anni dopo l’arrivo dei bianchi, gli indios sono ridotti da 40 milioni (circa) a 18 milioni, in Brasile si passa da 5/6 milioni agli attuali 300 mila. Hispaniola è ridotta in poco più di 30 anni da 500 mila a 100 unità. Già nel 1492 una epidemia portata dai bianchi aveva ridotto la sua popolazione a poche migliaia di persone. Nei Caraibi gli indios sono praticamente scomparsi nei primi 100 anni di occupazione. Nel 1610, 2/3 della popolazione di Guatemala è sparita per fame, malattie (soprattutto tifo, parotite, vaiolo) e guerra. Nell’ambito delle epidemie c’è da rilevare una reciprocità, anche gli indios contagiano i bianchi di nuove malattie: la sifilide appare a Barcellona a Napoli dopo il 1493 portata dai marinai di ritorno.

  • Il regime predatorio dei beni della terra e la proibizione della nascita di uno sviluppo locale. Era proibito qualsiasi rapporto economico della Colonia con altre nazioni, gli scambi erano solo con la madre patria. La proibizione della nascita di industrie, sia pur rudimentali, ha mantenuto la colonia in totale dipendenza con la penisola iberica. Il risultato è l’arricchimento della Spagna e del Portogallo, ma soprattutto la base per la nascita del capitalismo europeo a partire dall’Inghilterra e dall’Olanda, le nazioni che hanno saputo approfittare dei beni delle colonie, soprattutto dell’oro e delle pietre preziose. La corsa alla ricchezza ha fatto crescere sempre più la distanza tra la borghesia nascente, ricca, e la massa dei poveri. Era diventato usuale e, a volte, legalizzato il contrabbando, attraverso il Galeone di Manila, che partiva da Acapulco e commerciava con l’Estremo Oriente senza passare dalla Spagna, e la pirateria, soprattutto inglese che scorrazzava illegalmente nei mari, ma con il permesso tacito della regina.

  • Il regime di imposizione culturale con la distruzione dei valori dei popoli indigeni, l’imposizione della fede cattolica, tramite il requerimiento,: cioè la richiesta in castigliano o in portoghese agli indios di farsi cristiani e di sottomettersi al re), l’imposizione della lingua (obbligatorio il castigliano nel 1620 in tutte le colonie spagnole), il rimaneggiamento della lingua nhungatu nella lingua tupi da parte dei gesuiti, imponendola per motivi pratici alle altre tribù indigene nella Colonia portoghese. Nel 1755 il governo del Parà proibirà l’uso della lingua originale in tutto il litorale. In tutte le colonie come lingua liturgia il latino secondo i decreti del Concilio di Trento. L’elezione dei vescovi, il pagamento delle decime per il mantenimento del clero, l’obbligo della ‘purezza di sangue’ e di appartenere ad una famiglia non povera, per accedere al presbiterato, riducevano al massimo la possibilità della chiesa di organizzarsi localmente e di diventare indigena. Inizia con la colonia, l’europeizzazione del mondo e l’imposizione di una chiesa occidentale e romana. Uno spiraglio era l’organizzazione dei laici in Confraternite religiose con funzioni sociali e, a volte, con partecipazione di bianchi, neri e indigeni insieme.

  • Nonostante tutto questo, dopo il primo tentativo di una chiesa india subito soffocato dalla Corona, nasce un cristianesimo meticcio con sincretismi e soluzioni nuove. Sull’onda della chiesa indigena, nel 1536 il francescano Zumarraga vescovo di México fonda il Collegio di Tlatelolco per la formazione del clero indigeno. Il santuario della Vergine di Guadalupe in Mexico, è un classico esempio di meticciato culturale e religioso, è Juan Diego, indio, che vede la Signora, dal viso europeo ma dal colore indigeno, con la veste indigena e la fascia che indica che è incinta, sul Tepeyac, luogo del culto azteco della Signora del Cielo, Tonantzin o Coatlicue (colei che porta il serpente alla gonna), che gli dona la sua immagine ancor oggi studiata per l’eccezionalità della fattura e della pittura non classificabile secondo alcun tipo di pittura conosciuta. Pure il santuario di Copacabana in Bolivia, e molti altri crescono sui luoghi degli antichi culti e sono ricercati soprattutto dalla popolazione indigena. Domina la figura del Cristo della Passione, della Madonna Addolorata, al devozione alle 5 piaghe, il culto alla Vergine Immacolata, ai martiri tra cui domina la figura di Sebastiano trafitto dalle frecce. Altri santi assumono qualifiche guerriere come Antonio di Padova o Lisbona che riceve il titolo di generale, per ogni malattia c’è un santo cui rivolgersi. I domenicano introducono il Rosario, i francescani la Via Crucis. Dal Concilio di Trento (1545-1563) come reazione alla posizione di Lutero, trova anche in America Latina il culto Eucaristico più come presenza reale che come celebrazione eucaristica, diventando il Corpus Christi la grande con processioni e infiorate, ovunque. Lo stile barocco ispanico trova una stupenda fioritura rivestendosi della fantasia tropicale e dello sfarzo degli ori della colonia, ma anche serve per attrarre gli indigeni con la musica, la danza e i colori. Giunge pure, soprattutto attraverso i domenicani e poi i gesuiti, la nuova corrente intellettuale e umanista che porta con sé lo studio, la riscoperta della Bibbia, la conoscenza dei testi latini, l’architettura, il culto della musica e dell’arte. Si deve ai gesuiti in Brasile l’istituzione di Collegi fondati dal 1572 al 1576, tra i quali quello cha darà inizio alla città di São Paulo, per l’educazione della gioventù e per incamminare vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale. I religiosi si dedicano anche a ciò che il governo della Colonia non fa e cioè all’assistenza degli ammalati negli Ospedali, i più significati a Mexico (1535) e Lima. Nell’aerea spagnola a partire dal XVII secolo e più tardi in quella portoghese, nascono conventi per le donne vedove, bianche che non avevano trovato marito e anche indigene e negre, ma come serve delle loro signore. Il livello religioso e intellettuale dei conventi non era basso, ne è prova la figura di Joana Inês de la Cruz (1651-1695) al secolo Joana de Asbaje, che si dedica fin da giovane alle lettura e entra in convento prima nelle carmelitane e poi nelle Giuseppine per dedicarsi allo studio e alla poesia. I primi ordini erano di domenicane e carmelitane. In patria, soprattutto a Salamanca nasce una nuova Soteriologia, che sottolinea i due cammini di salvezza e di giustificazione: quello secondo la natura e quello secondo la fede, correggendo la mentalità comune che soli i battezzati che credono in Gesù Cristo potevano salvarsi. Afferma che per la salvarsi non esiste solo la via maestra della fede esplicita in Gesù Cristo ma anche quella, propria di questi nuovi popoli, di una fede implicita.

  • Il processo di sottomissione ai conquistatori non è del tutto pacifico. Nascono tensioni tra religiosi e coloni sulla questione della schiavitù degli indigeni e sul modo di predicare il Vangelo. Già all’inizio il cappellano di Cortês, Bartolomeu Olmedo, si rifiuta di usare la violenza per convertire gli indios ma si pone a pregare davanti alla croce per poi spiegare agli indios incuriositi il significato di tale gesto, mentre il padre Bobadilla in Nicaragua si vanta di aver “distrutto molti idoli, molte moschee (sic!), luoghi di preghiera e templi indigeni”. Forte è, soprattutto, la denuncia dei domenicani Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Juan del Valle vescovo di Popoyan e soprattutto l’azione intensa di Bartolomé de Las Casas, che in difesa degli indios otterrà che il papa Paolo III scriva la bolla ‘Sublimis Deus’(1537) contro la schiavitù ma che non avrà molto esito per l’insorgere di questioni diplomatiche e sarà ritirata per le pressioni dei coloni e l’intervento dell’imperatore Carlo V. Las Casas ingaggerà negli anni 150-51, una lotta di idee con il suo avversario Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva, per gli indios, il compelle entrare, cioè l’obbligo e l’imposizione di diventare cristiani contro l’unica via evangelica dell’adesione libera, sostenuta da Las Casas. Il vescovo Juan del Valle affronterà il cardinale Alonso de Loaysa, presidente del Consiglio delle Indie sul tema del diritto di guerra e conquista delle terre altrui, e classifica l’encomienda come una grave ingiustizia che distrugge gli indios. Occorre sottolineare che nell’ambito della colonia spagnola i religiosi ottennero dal Re la possibilità di avere territori per gli indigeni lontani dall’influsso dei coloni, le “reduciones” sottomesse direttamente al re e non bene accettate dai coloni e dalle gerarchie ecclesiatiche locali, in Perù, Ecuador e Bolivia, Paraguay, organizzate e dirette da domenicani, francescani, carmelitani e, soprattutto, gesuiti con un ottimo lavoro sia evangelico, culturale che economico. Mentre gli aggruppamenti di indios (aldeamentos) vicini alle città, organizzati dai gesuiti in area portoghese produssero un vero e proprio disastro, per la morte degli indios decimati dalle malattie e dal super lavoro. La tensione tra religiosi e coloni sarà bagnata dal sangue a partire dall’uccisione da parte dei sicari del Governatore di Antonio Valdivieso vescovo di Nicaragua nel 1550, primo martire della lotta per la giustizia in America latina, purtroppo fino ad ora poco riconosciuto, fino alla tragica distruzione delle Reduciones gesuitiche (1733-35 - 1767-1768) conseguenza del trattato di Madrid (1750) che stabiliva il passaggio di parte del territorio dalla Spagna al Portogallo, con la perdita da parte dei religiosi e degli indios quella autonomia e libertà tanto preziosa. Soprattutto i gesuiti, meno sottomessi ai governi, proprio per il loro voto di obbedienza al Papa, pagheranno cara la loro posizione a favore degli indios; molti di loro verranno espulsi dal governo portoghese: Antonio Vieira dal Maranhão nel 1661, tutti dal Parà (1684) poi dalla Paraiba, fino all’espulsione di tutti da tutte le colonie sia portoghesi che spagnole (1759-1767). La loro sofferenza sarà conclusa dal processo infame e dalla condanna assurda al rogo di Giuseppe Malagrida, stupendo gesuita italiano, missionario ambulante nelle aldeias del Maranhão, confessore del re dopo essere ritornato in Portogallo, condannato a morte per alto tradimento dal Marchese di Pombal, ministro del Regno, in Lisbona nel 1761. L’azione dei cappuccini lungo il fiume São Francisco in Brasile culminerà nel conflitto, nel 1677 -79, tra il francese Martino de Nantes in difesa degli indios e la Casa della Torre della famiglia Dias d’Avila che si considerava proprietaria di tutte le terre lungo il fiume. Ma queste tensioni saranno pure la molla che permetterà a Francisco De Vitoria, seguito da Soto e Francisco Suárez, di stilare a Salamanca i primi principi del Diritto delle Genti (Jus Gentium)contro il diritto di occupazione e di sottomissione dei popoli conquistati e la revisione critica di un umanesimo che presentava la società europea come di alta civiltà.

  • Lo stretto legame tra Stato e Chiesa porterà a volte ad un coinvolgimento eccessivo della gerarchia nelle questioni politiche, assumendo i vescovi incarichi di vice-re come fra’ Gracia Guerra arcivescovo di Mexico nel 1611 e l’arcivescovo di Santa Fé de Bogotà, Casellario y Cangorra nel 782. Il legame produrrà, anche, gravi crisi nella stessa Chiesa. Durante il dominio delle corti borboniche che regnano in Francia, Portogallo, Spagna, Napoli e che collocano al primo posto la ragione di stato secondo l’assolutismo illuminato, riducono la Chiesa a servizio dello Stato e della politica. Il risultato sarà il rafforzamento degli interessi politici e economici sugli interessi culturali e religiosi e la sempre maggiore fragilità della Chiesa come istituzione. Il caso più grave sarà l’intervento delle corti contro i gesuiti, ordine religioso legato per voto di obbedienza al papa e quindi più libero e internazionale, che verranno espulsi dalle Colonie portoghesi nel 1767 e spagnole nel 1769, decimati con gli indios delle Reduciones nel 1767 lasciando nel territorio di Missiones 89.000 indios e gesuiti uccisi e bellissime costruzioni di chiese distrutte e una alta civiltà indigeno-cristiana rasa al suolo. Infine la Compagnia di Gesù nel 1773 viene soppressa dallo stesso Papa Clemente XIV, che aveva servito fino alla fine, per paura di una azione vendicatrice delle Corti borboniche, scrivendo una delle pagine più tragiche della storia della chiesa missionaria, in cui la diplomazia e la ragion di stato hanno distrutto una delle esperienze più significative di evangelizzazione. Un tentativo di trovare una via parallela al legame tra Chiesa e stato nelle nuove terre è portato avanti da Propaganda Fide che invia cappuccini soprattutto italiani e francesi, liberi dalla sudditanza al potere coloniale soprattutto portoghese.

  • La dipendenza economica della Chiesa dai Governi centrali, creava delle enormi disuguaglianze, pregiudicando la missione. Nel XVII la corona portoghese spendeva 26 volte di più per la sede episcopale di Salvador e 20 volte di più per i vicari e coadiutori dell’arcivescovato che per i missionari e le missioni all’interno dalla Colonia. La lotta soprattutto dei gesuiti per una libertà finanziaria è fondamentalmente legata alla lotta per la libertà degli indigeni. Nella maggior parte dei casi i religiosi e la fragile chiesa locale si appoggiava al Governo e soprattutto ai nuovi signori rinunciando a posizioni più fedeli al vangelo e più profetiche. Questa situazione rende comprensibile l’accettazione generale della Chiesa nei confronti della schiavitù degli africani.

  • La schiavitù dei neri africani per sostituire la mano d’opera indigena, fuggitiva o ridotta allo stremo, soprattutto nelle aree a nord del Messico, nelle Antille, Caraibi e Brasile per il lavoro nelle piantagioni di canna, cotone e caffè. Si è trattato di circa 9 milioni e mezzo di africani, rubati alle loro terre e alla loro libertà, comprati dagli arabi e venduti anche dai loro capi o da altre tribù nemiche a negrieri spagnoli, portoghesi, olandesi, inglesi e francesi. Provenivano dal Senegambia, Sierra Leoa, Costa de Ouro, Benin, Dahomey, Calabar, Guinea, Angola, senza alcun diritto e difesa, obbligati a ricevere il Battesimo, comprovato dal marchio reale a ferro rovente o con un anello al collo, come proprietà del re e della croce, ricevuto nei centri di raccolta alla partenza o sulle navi; legati gli uni agli altri, nudi, ammucchiati nelle stive, decimati dalle malattie. In Brasile nel 1818 giungono ad essere il 50% della popolazione e a Cuba e Haiti praticamente la superano. Pure i religiosi difensori degli indigeni, accettano come una necessità la schiavitù degli africani. Anche se la schiavitù nelle case gesuitiche portoghesi era proibita dal Padre Provinciale nel 1590, i padri non la consideravano un male perché ritenevano che non era scandaloso pagare i propri debiti attraverso gli schiavi essendo essi “la moneta corrente del paese come l’oro e l’argento lo sono in Europa e lo zucchero in Brasile” (Annales 1967). Pochi sono i religiosi che ne assumono la difesa, come i gesuiti Miguel Garcia, Gonçalo Leite nel Brasile, che si domandano se è possibile assolvere i padroni di schiavi e vengono rimpatriati perché eccessivamente scrupolosi, Alonso de Sandoval vescovo di Cartagena de Indias propone, nel 1627, una serie di riforme che dovrebbero condurre all’abolizione della schiavitù e il suo discepolo Pedro Claver (1580-1654) continuò la difesa dei negri dedicandosi alla loro evangelizzazione e assistenza. Purtroppo le Case religiose e i Conventi erano colmi di schiavi africani, senza che questo fatto creasse in loro alcuno scrupolo. Nonostante questo l’unione tra bianchi e donne indigene e schiave africane, in unioni legittime o meno, creò una popolazione mulatta e una società razzista ma addolcita dalla convivenza e mescolanza, diversa da quella dell’America del Nord. Da questa società meticcia verranno i maggiori intellettuali e gli artisti capaci di coniugare l’anima indigena e africana con le forme dell’arte europea.

  • Gli indigeni e gli africani dopo un primo breve periodo di sottomissione ai conquistatori vittoriosi, si sono ribellati alla durezza del regime coloniale. Una serie di importanti Rivolte indigene segnano la storia della Colonia: dei Tamoio a Rio de Janeiro,1546-1551, di Ajuricaba in Amazzonia nel 1723, di Tupac Amaru in Perù nel 1737, dell’Inca Felipe nel 1740 sempre in Perù, di João Santos Atahualpa, 1752, in Perù, di Oberà Guarani nell’area di Missiones (Argentina, Brasile, Paraguay) nel 1769, di José Gabriel Condorcanqui ‘Tupac Amaru’ e Gregoria Apaza in Perù negli anni 1780-81, di Julian Apaza e Bertolina Sisa, 1781, in Bolivia, in queste ultime due è importante sottolineare la partecipazione attiva delle donne indigene. Ad essa si aggiungono le Rivolte degli schiavi africani di Curação nel 1750, Cartagena nel 1799, La Ramada, in Colombia già nel 1545, i quilombos, repubbliche libere si schiavi fuggiti dalle fazendas, in Brasile, il più famoso: Palmares che ha resistito con il suo capo Zumbi dal 1671-1695 all’esercito portoghese, i mocambos e palenques, nell’area spagnola, le comunità de Los Zambos e Illescas-Esmeraldas in Ecuador, quest’ultima guidata da Alonso dal 1553 -1577, terra di relazioni pacifiche tra indigeni, neri e spagnoli, anche se non riescono a sconfiggere il regime coloniale, ne minano dall’interno la stabilità e la sicurezza.

  • Minano pure la colonia e la portano verso il fallimento, la pesantezza dell’amministrazione, i costi dei trasporti, le distanze e le vie impervie delle merci caricate sul dorso di muli o di lama che impiegavano a volte mesi per arrivare ai porti, l’approfittarsi illecito degli amministratori locali e lo stile predatorio del approfittare di ogni bene senza ricrearne di nuovi. Anche la Chiesa arricchisce con facilità in beni e terre offerte dai fedeli o occupate e assumendo un peso significativo nelle società ma nello stesso tempo allontanandosi nella maggior parte dei suoi rappresentanti dalle classi povere, soprattutto dagli indios. Si unisce agli errori interni della Colonia il rafforzarsi della presenza di altre potenze europee come l’Inghilterra e l’Olanda, che approfittano dei beni importati dalla Spagna e dal Portogallo per un maggiore investimento e riducono il valore delle merci delle colonie iberiche che non riescono a mantenere livelli di guadagno sui mercati europei. L’Inghilterra attraverso trattati come quello di Methuen con Portogallo, nel 1710 e le guerre e la pirateria ufficiale, si impadronisce dell’economia delle colonie iberiche, senza impossessarsi dei territori..



BARTOLOMÉ DE LAS CASAS domenicano


Da un conto molto esatto e veritiero risulta che negli scorsi quaranta anni per queste tirannie e opere infernali dei cristiani sono morti ingiustamente più di dodici milioni di anime, uomini, donne e bambini; in verità credo di non ingannarmi supponendo che siano più di quindici milioni. In generale quelli che sono andati colà e che si dicono cristiani, hanno fatto uso di due metodi principali per estirpare e cancellare dalla faccia della terra quelle popolazioni. In un primo tempo hanno condotto guerre ingiuste,crudeli, sanguinose, e tiranniche. In un secondo tempo – morti tutti quelli che avrebbero potuto pensare alla libertà e ribellarsi ai tormenti che pativano come i capi naturali e gli uomini adulti (giacché comunemente nelle guerre soltanto i fanciulli e le donne si salvano la vita) – li hanno oppressi con la più dura, orribile e aspra servitù nella quale uomini né bestie poterono essere posti.” ( Brevissima relazione della distruzione delle Indie, 1539)


.. gli spagnoli non sono venuti né vengono a queste indie per altro scopo, né hanno avuto o hanno altra istruzione ….se non quella di procurarsi oro e ricchezza che pretendono ottenere a costo delle vite e fatiche altrui e tornarsene in Castiglia a farne pompa e godersele…L’unico modo per insegnare agli uomini la vera religione istituito dalla Divina Provvidenza e applicabile al mondo intero e in tutti i tempi è quello della persuasione dell’intelligenza usando la ragione ( intellectus rationibus persuasivus) e l’attrazione soave della volontà (voluntatis suaviter allectivus vel exhortativus). Questo è il mezzo che deve essere applicato a tutti gli uomini della terra, senza considerare la religione o gli errori o la depravazione morale!”

( da Apologetica História 1550-1552, in Obras Completas, Madrid 1990)


JOSÉ DE ACOSTA gesuita

.. questi popoli abituati a vivere come animali, senza un contratto e senza compassione, danno segni di così poca umanità, agendo ognuno con la maggior temerarietà e lasciandosi condurre dal suo capriccio.. aver fiducia della ragione e del loro arbitrio sarebbe come legarsi in amicizia con i cinghiali e i coccodrilli… Sbagliano gravemente quelli che, a pretesto di una certa pietà, mettono in dubbio il diritto e l’amministrazione dei nostri re, chiedendo a quale titolo e diritto gli spagnoli dominano gli indigeni?.. Non intendo difendere le guerre e i motivi delle guerre del passato e il loro risultato, né giustificare le distruzioni, le rappresaglie, le uccisioni e tutti gli altri fatti negativi avvenuti nel passato (in Perù). Ma avverto, per ragioni di coscienza e di interesse, non conviene continuare a discutere tale assunto ma lo si deve ritenere un problema già caduto in prescrizione, il servo di Dio deve procedere nella più perfetta buona fede.”

( da ‘ De Procuranda Indorum Salute’ 1576 )


PAOLO III –Bolla ‘Sublimis Deus’ 1537

Noi per autorità apostolica … determiniamo e dichiariamo che i detti indios e tutte le altre genti che d’ora in poi saranno conosciuti dai cristiani, anche se non fossero ancora segnati dalla fede in Cristo, non sono privi e non devono essere privati della loro libertà né del dominio sui loro beni e devono poter usare e godere liberamente di questa libertà e di questo dominio, né devono essere ridotti in schiavitù; dichiaro annullato e e senza alcun valore tutto ciò che in qualsiasi epoca sia stato fatto diversamente,”


ANTONIO VIEIRA gesuita 1639

Verso gli indios: “Avvolta da secoli nell’orrore della schiavitù idolatria,c’era nelle terre del sud una nazione che si piegava al giogo del tiranno infernale, e conduceva una vita priva della luce divina. Immersa nella miseria più triste, nella più sfrenata superbia, crudele, atroce, sanguinaria, maestra nel trapassare le vittime con le frecce leggere, più feroce della tigre, più vorace del lupo, più pronta alla rivolta che l’ ebreo, ma audace come il leone, saziava l’avido ventre di carne umana… ma un giorno il Padre onnipotente rivolse gli occhi dei regni della luce verso la notte delle regioni brasiliane, alle tenebre bagnate a fiotti dal sangue umano. Alloro inviò un eroe dalle terre del Nord. ( De Gentis Memdi de Saa, Archivio Nazionale, Rio de Janeiro 1958, p.55-57)


Contro i coloni: “Partono dal Portogallo queste nuvole, passano la calma della linea (dell’equatore) .. e arrivando a questa baia non fanno altro che succhiare, prendere, accumulare, arricchirsi con mezzi occulti e sordidi e dopo tre o quattro anni, invece di rendere fertile questa nostra terra ( Brasile) con l’acqua che era nostra, aprono le loro ali al vento e vanno a piovere su Lisbona e a disperdersi su Madrid..’ ( dal Sermone XIV)


Montaigne 1580

Non vedo nulla di barbaro o di selvaggio in quel che si dice di quei popoli. Veramente ognuno considera barbaro ciò che non si pratica nella propria terra” (Saggi)


IL PATRONATO

Desideriamo e stabiliamo che non si eriga né si istituisca o si fondi chiesa cattedrale , principale, monastero, ospedale, chiesa votiva, né altro luogo pio o religioso, senza il consenso espresso nostro o di persona da noi autorizzata. Inoltre che non si possa istituire arcivescovado, vescovado, dignità, canonicato, razione, mezza razione, né beneficio di semplice curato, Né qualsiasi altro beneficio o ufficio ecclesiastico o religioso senza il consenso nostro o di chi faccia le nostre veci, e tale richiesta e consenso vengano stilati per scritto, nello stile che è di costume.’

( FILIPPO II , Dichiarazione 1.6.1574)


Le Reduciones del Paraguay

I gesuiti imposero un modello di vita estraneo alla cultura indigena, “ridussero” i Guaranti – come di ce la parola stessa – ad altro da ciò che erano. Ma dopo uno studio severo del loro universo simbolico e culturale. Non fecero tabula rasa, operarono una sintesi. C’è un grande sincretismo nelle Riduzioni, che i padri isolarono dal contesto coloniale proprio perché questo non le corrompesse…Le Riduzioni erano un sistema integrato di villaggi dove si lavorava e si realizzava molto con la coltivazione del cotone, la commercializzazione dell’erba mate, il lavoro artigianale e l’allevamento del bestiame. Si produceva e si vendeva….Las musica arriva attraverso Anton Sepp, un gesuita sudtirolese provetto musicista che aveva fatto parte del coro della corte imperiale di Vienna. Si deve probabilmente a lui l’importanza tra i Guaranti, che avevano una straordinaria predisposizione per la musica, delle composizioni barocche, l’avvio di scuole musicali, bande, cori….Poi arrivò Zipoli (Domenico Zipoli musicista di Prato)che diede a questa musica il tocco della migliore arte europea. (Intervista di Gianpaolo Romanato a Luis Szaran, paraguayo, maestro di musica, Avvenire 10/6/2005)


Aiban Wagua indio Kuna, prete cattolico

Per me il processo di morte cominciò con l’entrata in seminario. Fui costretto ad abbandonare tutto quello che costituiva il mio essere indio e negare le tradizioni dei miei padri. L’istituzione in cui ero entrato mi diceva che quanto più velocemente fossi riuscito a sembrare un bianco, tanto più in fretta sarei giunto alla meta …Furono tremendi i disagi che avvertii. Avevo lasciato una comunità indigena, guidata da chiari valori – quali solidarietà,comunione,attenzione all’altro, intimo rapporto con la natura, importanza del lavoro – ed ero finito in una istituzione che rendeva la vita facile, borghese, basata per lo più sull’individualismo, ma soprattutto tale da sradicarmi dalla mia famiglia d’origine. Mi offrirono valori che mai avrei desiderato tali, ma facevano parte della loro cultura e io dovetti assumerli come miei. Il risultato fu la tragica spaccatura del mio intimo. La sensazione di squilibrio che provai fu indescrivibile.

A rendere le cose ancor più difficili c’erano i pregiudizi di coloro che ancora guardano all’indio come ad una persona anomala. Come pure i costanti dubbi sulla mia capacità di osservare il celibato e sull’esistenza in me di una reale facoltà di distinguere il bene ed il male.”(Due morti per una risurrezione, in Nigrizia ottobre 1991)


GLI SCHIAVI

É scomparso il giorno 7 dicembre, un negro che vendeva ‘quitanda’(caffè e latte) com’è suo costume. Il suo nome è Francesco, della nazione Cabinda. Ha portato con sé il vestito: un paio di pantaloni neri usati, una camicia di cotone di Minas. La sua statura è regolare, mani e piedi piccoli, e non cammina speditamente. Porta al collo un cerchio di ferro, con la chiave; la sua bocca è appuntita, la testa è piccola, è molto nero. Chi ne sapesse qualche cosa o lo prendesse, si diriga alla Via dell’Ospizio, n° 84, in fondo alla via degli Orives, e riceverà mancia competente.’

( da Jornal do Comércio, 1841, Rio de Janeiro, Biblioteca Nazionale)

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